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Alessandro Masi : Mauro Rea : la pittura come antropologia poetica

Mauro Rea, la pittura come antropologia poetica
by Alessandro masi

                                                                                  Mauro Rea per Studio.ra, Roma                                                                                                                                           
Ho frequentato la pittura di Mauro Rea fin dall’epoca dell’insorgenza del suo male di vivere, fin da quando il suo segno si è fatto gesto di rivolta, simbolo di ribellione, grado di insofferenza per quelle cose del mondo che non erano il suo mondo.
Ho seguito il suo rovesciare il racconto dalla dimensione del visibile fino alle soglie dell’immaginario invisibile (Paul Klee); il suo transitare dalla dimensione dell’universale macrocosmo delle architetture dipinte verso l’incommensurabile microcosmo della materia, l’infinitesimo piccolo (Lewis Carroll), alla particella di colore sbriciolata, al segno riarso della polvere, al cretto di terra.
Quella che Mauro Rea va raccontando non è una pittura compiacente, non vuole né potrebbe esserlo, in quanto segnatamente distante dalle cose viste o almeno da quelle che a noi tutti parrebbe di vedere.
L’epifania del suo gesto è antica, si direbbe arcaica, antropologicamente derivata da automatismi primordiali prim’ancora che psichici. Nei suoi quadri, infatti, non vi sono relazioni surreali, tracce di scritture di relazione alla Masson o alla Ernst, né giochi di colori alla Mirò, isole sabbiate e polimateriche alla Prampolini (che pure paiono evidenti), quanto un potente moto tellurico, un sentimento antico della natura di lucreziana memoria del “De Rerum natura” (tanto per intenderci), che dalla mano dell’artista si dipana su è giù, in alto in basso, fuori e dentro del centro fino a toccare il bordo della terra.
Sono strutture antropologiche di un immaginario, per dirla con Gilbert Durand, che firmano tipologie ricomposte di segni desunti dai miti, da rimandi di letterature ignote e misteriose; sono fiori di un giardino organico popolato da piante e da mostri insorti dalle crepe della coscienza come animali emersi dal bestiario fantastico, come urli di incubi della notte della ragione, figli insani di un’altra stagione e di un altro spazio figurato.
La caduta e la salvezza sono per Mauro Rea quintessenze immaginate di un’angoscia umana vissuta parzialmente nelle tenebre, ma dinamicamente ricomposta nella luce, riposizionata temporalmente con uno scatto riflesso che varrebbe la pena ricordare quanto scrive Gaston Bachelard: “noi immaginiamo lo slancio verso l’alto e conosciamo la caduta verso il basso”.
Eppure tra il vuoto del precipizio, la vertigine, l’abisso delle sue forme e la forza terrigna delle sue superfici, delle sue zone a macchia di colore, Rea propone una sorta di tregua, diciamo un patto tra lo spettatore e il quadro che consiste nel rispettare la regola del racconto.
E’ il meccanismo della storia che tiene in piedi i suoi terribili incubi, salvando nel contempo l’opera e l’artista dalla violenza di chi guarda, dalla famelica ingordigia di chi divora immagini, dall’atavica fame del mondo di ingoiare miticamente i propri figli.
Non è ideologia quella di Rea, non è sociologia ciò che sta alla base della sua pittura e che fa della sua archeoscrittura una sorta di manifesto antimoderno (del resto se ragionassimo in tal senso cosa dovremmo dire di Burri o Tapies?), quanto un forte componimento lirico, un senso poetico del mondo che potremmo meglio definire dramma.

“Ricondurre alla ragione il caos del mondo – scrive a proposito il filosofo Zygmunt Bauman - , con tutto ciò che implica un’operazione così ambiziosa” significa anche “ordinare, classificare, calcolare, sottoporre a controllo, dissipare le zone d’ombra, identificare l’indistinto, bandire l’ambiguo” (Zygmunt Bauman, “Modernità e ambivalenza”). Tutte cose che l’artista Mauro Rea già ha fatto e fa da anni, ossia da quando ha lasciato l’osservanza irrazionale dello spazio per ristrutturare il suo percorso entro una cavea fatta di vuoti da colmare con rabbia e violenza, da dove urlare agli altri con impeto il suo diniego, la sua rivolta, ma anche la sua tenerezza, la frase poetica mai detta, il fiore mai dato.

E’ una pittura forte quella di Rea perché forte è la risposta che l’artista deve dare di se innanzitutto a se stesso e poi, nel caso fosse necessario, anche agli altri. Su tutto, però, vi è l’urgenza di ridisegnare l’universo utopico delle forme, ricomporre i sogni, catalogare i mostri e i segni antagonisti. E’ una pittura che richiede esercizio mentale e fisico, che non concede tregua né pause, che fa sudare e ansimare, ma che richiede a chi la guarda anche uno sguardo di Pietas, di assoluzione, un gesto di riconciliazione tra chi è destinato a condannare e chi è condannato a destinare agli altri il proprio gesto amoroso.

Alessandro Masi






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