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Gian Ruggero Manzoni - Quell'infanzia della storia che si dilata nel contemporaneo

Per avvicinarsi all’arte di Mauro Rea non si può prescindere dal concetto di “Dreaming” (idea mutuata dal tipo di espressione messa in atto da certe popolazioni aborigene o indios): una concezione del mondo che fa riferimento a un’epoca remota (“il tempo della genesi”) in cui le azioni creative degli esseri mitici diedero forma allo stesso. Inoltre non possiamo non tirare in ballo ciò che è stata la nostra pittura rupestre (definita, con molto superficialità, “primitiva”), quella che troviamo nella Grotta di Chauvet o in quella di Lascaux, in Francia, o in quelle di Altamira, in Spagna, quel tipo di rappresentazione di alto valore rituale-simbolico avente un importante significato evocativo, spirituale o religioso che si poneva e ancora si pone quale legame tra mondo umano e mondo naturale, tra leggenda, favola, preghiera e realtà. Mentre il Concettuale ha proclamato la scoperta di un contenuto ideale come qualità fondamentale dell’arte, chi agisce nella e sulla tradizione (in questo caso arcaica), come fa Rea, effettua una sintesi dei propri archetipi, del proprio “respiro originario”, attraverso icone con cui rappresenta ciò che non è possibile vedere, entrando nella dimensione del sogno o della visione. Perciò il fare di Rea ha radici antichissime che risalgono a migliaia e migliaia di anni fa. Infatti prima di tuffarsi nell’arte, etnicamente, occorre saperne di più sulla cultura e sulla storia della terra in cui si vive, sul nostro passato, sul Genius Loci che ha guidato i nostri padri, al fine, poi, di dilatare globalmente un discorso che, se usato in accezione esclusivamente restrittiva, soffocherebbe la valenza prima dell’esprimersi… cioè: il comunicare a livello totale, ricercando un assoluto comune di tutti gli esseri umani. Animali grotteschi o bizzarri, elementi naturali accostati per simbiosi, paesaggi immaginifici, oggetti mistici, “bestie totem”, figure umane appena accennate o scarnificate, le “movenze del Kaos”, caratterizzano i lavori di Rea, solo all’apparenza “semplici”, infatti dietro a essi c’è un lungo lavoro di studio, di scelta dei colori, di sedimentazione, di formalismo architettonico, di recupero degli strumenti artigianali, così da renderli ipnotici, penetranti, materici, solarmente e caldamente avvolgenti. Si è quindi all’inizio (forse a un “nuovo inizio”), in modo che i segni, le geometrie, gli oggetti e i cromatismi, presenti nelle sue opere, mirano a mettere in discussione due stereotipi occidentali che ancora aleggiano tra noi, seppure, da sempre, privi di valenza… il primo è quello che il “tribale” non può che essere ritenuto primitivo e limitante, quindi non più efficace, e il secondo che non esiste più tribale se non irrimediabilmente contaminato dal progresso. Invece Rea ci dimostra il contrario, cioè che si può essere “tribalmente moderni” (e mi si perdoni questa definizione forzata, quel tanto ossimorica, ma che, a mio avviso, rende) nonché, nel contempo, locali e globali assieme, perché i codici messi su tela, su legno, su carta (o sopra superfici di recupero) divengono infine riconoscibili per tutta l’umanità. Non per nulla l’antropologia, che Rea conosce bene, è uno strumento indispensabile per comprendere il mondo attuale. È un sapere in grado di produrre un discorso proprio, epistemologicamente autonomo, con le problematiche specifiche che le derivano dalla sua storia di contatto con mondi tribali e dal suo apparato concettuale, essendo scienza nata da un contatto con realtà diverse, locali e culturalmente lontane, attraverso un affinamento delle proprie metodologie d’indagine “sul campo”. Perciò l’antropologia, applicata all’arte, è in grado di leggere “il traffico delle culture”, nell’intrecciarsi di esperienze, memorie e identità che sono tipiche del mondo “globale”. Per questo, il culto magico della natura artistica di Rea, procura, a noi fruitori, un centro spirituale posto al di fuori del nostro essere, un centro che riunisce ogni singolo uomo in un unico, grande, collettivo spirituale, legandolo indissolubilmente al pianeta sul quale viviamo. Del resto, se dovesse venire a mancare, totalmente, la ritualizzazione degli antichi eventi mitologici (seppure tale aspetto, ahinoi, sia già da tempo in atto a seguito dell’omologazione dilagante), è inevitabile il sopraggiungere del decadimento completo di una società, con quel relativo disorientamento che si manifesta (in modo immediato) in tutti gli aspetti della vita soggettuale e comunitaria. Non a caso, quindi, per Rea la Terra è l’origine per antonomasia. Agli albori, su di essa, tutto era piatto, buio e silenzioso. Poi un giorno componenti di vita fino ad allora sconosciute (gli Spiriti Guida), che dormivano nelle sue viscere, o venute dallo spazio profondo del cosmo, si manifestarono con grande frastuono e, dando suono al loro canto, cominciarono ad attribuire un nome a tutto ciò che incontravano lungo il cammino, per poi divenire parte di quelle stesse forme che avvicinavano, per infine abitarle. Ciò avveniva in luoghi che poi vennero definiti sacri. La letteratura etnografica è generosa di studi sulla spiccata attività “graffitista” dei nostri antenati, per i quali, l’arte, aveva appunto valenza sacra in massima misura, e serve, di continuo, a veicolare una conoscenza e un’identità di gruppo. Ancora il corpo di molte cerimonie tradizionali diventa scultura, pittura, teatro, rappresentazione, elementi tramite i quali viene scritta la storia del nostro essere uomini e quel nostro errabondo e persistente percorso. In ciò l'importanza del simbolismo grafico o plastico diventa componente fondamentale perché si pone come tramite tra il mondo di chi è stato, di chi è e di chi verrà dopo noi. I segni che i nostri progenitori portavano sul proprio corpo o quelli che hanno impresso sul territorio sono gli stessi segni che vengono ripetuti sotto forma di disegno, simulacro scultoreo, danza, durante le cerimonie che ancora pratichiamo. Ciò che in questo caso fa dell’arte un qualcosa che va oltre la semplice  rappresentazione è il fatto che queste opere possiedono o contengono il potere dell’essere ancestrale, primigenio, ancora puro, ancora incontaminato. Infatti, attraverso la codificazione simbolica applicata da Rea, vengono trascritte dimensioni spazio-temporali che fanno parte del “Tempo del Sogno” (come direbbero gli aborigeni australiani), ma anche indicazioni ben più complete di geografie che, seppure fantastiche, diventano (rese in arte) concrete, per esempio l’ubicazione di pozze d’acqua, di siti di caccia, di luoghi di riunione, andando a costituire una fonte ricca d’ispirazione e di conoscenza culturale di un valore inestimabile. Quindi l’opera di Rea diventa, a tutti gli effetti, “un’espressione di bellezza” potente e fortemente persuasiva, perché calata nel nostro esistenziale. Cioè è testimonianza, in noi radicata, di quella forte e sublime estetica che Claude Lévi-Strauss definiva “degli albori”; è quella “poesia del mondo” sostenuta,  ancora oggi, da credenze e da liturgie cerimoniali, le quali, per trasmissione, orale o ritualistica, ci portano ad amare la Natura e quella nostra prima origine. “Dipingere non è altro che spiegare un rito”, come amo dire, cioè quel tracciare segni e forme enigmatiche, celanti significati profondi, misterici, ma pur intuibili, captabili, seppure non dalle nostre antenne sensoriali o cerebrali, bensì dalla nostra area del sentire, del percepire indefinibile, del “viscerale”, dal “paranormale” che in tutti noi alberga. L’arte, quale strumento per tramandare tradizioni, seppure sia nata da una esigenza intellettuale come, tempo prima, l’utensile è apparso per un bisogno vitale (esistenziale), non va che a ribadire che l’essere umano è sia biologico sia sociale, e che, l’utilizzo dell’immagine, ha, dall’antichità, assicurato la coesione dei due aspetti, donando all’individuo una congiunzione tra il personale e il sociale. La forza iconografica, la simbologia primitiva e arcaica, può divenire, in tal modo, anche specchio di “dinamiche del potere” che, presentandosi in allegoria, ci richiamano a uncontinnum ineludibile e ciclicamente ricorrente, entro cui “il pesce grosso mangia sempre il più piccolo” oppure dove “l’unghia o il dente maggiormente aguzzo penetra la debolezza dell’essere darwinianamente più esposto, più fragile, maggiormente indifeso”.   Rea, così, risveglia la coscienza di noi tutti, tra un horror vacui condiviso e un’insolita energia primitiva ritrovata, in modo che ci si senta, parimenti, predatori e prede, cacciatori e selvaggina, carnefici e vittime, sciamani e spiriti.

Gian Ruggero Manzoni






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