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Loredana Rea - Mauro Rea al Centro Di Sarro, Roma

Loredana Rea -  Lo specchio dell'arte, Flash Magazine - Frosinone 1995.


(Mauro Rea - Di ferite, di segni, di cose sparse - Prop. Serra De'Conti - Ascoli Piceno)

 
La mostra appena conclusa a Roma al Centro di Documentazione Artistica "Luigi Di Sarro" a cura di Alessandro Masi è solo il motivo pretestuale per parlare della pittura di un giovane pittore, Mauro Rea, che già da qualche anno si muove con originalità nel panorama artistico italiano.

Il contatto con la pittura informale dà a Mauro Rea gli strumenti, ma sopratutto l'energia per ritrovare quella libertà  quella interiorizzazione di cui sente pressante l'esigenza.

Ma a differenza dei grandi protagonisti dell'Informale per lui la pittura non è caos, nè smarrimento, nè tantomeno desiderio di dimenticare ciò che si è stati e ciò che si è diventati, anzi è il tentativo di riscoprire, di far tornare alla memoria i legami organici con una dimensione atemporale eppure non per questo meno reale.
 

Attraverso la pittura si propone infatti di compiere un viaggio verso il luogo in cui il folle avanzare del progresso non distolga ulteriormente dal contatto autentico con se stesso e il proprio sentire.

Un percorso a ritroso, alla riscoperta delle  proprie origini, delle proprie radici più vere, del rapporto diretto, quasi fisico, con la terra che lo ha generato, scegliendo di cedere alla saudente prepotenza di un linguaggio arcano eppure familiare, un linguaggio che può dare chiare risposte alle tante vacillanti incertezze di un uomo alla ricerca della propria identità, del suo più autentico modo di essere, perchè liberato di ogni sovrastruttura, di ogni falsità.

Mauro Rea seppure con volontaria asprezza espressiva, che talvolta sfiora la rudezza, utilizza la sua ricerca artistica come strumento per il reperimento di tracce di un passato, non necessariamente troppo lontane nel tempo, in cui il rapporto con la terra non era viziato dal nulla, ma anzi nella sua genuinità permetteva all'uomo di potersi riconoscere parte integrante di essa.
 

Una ricerca difficile dunque che si materializza in superfici pittoriche che della terra, da cui traggono ispirazione pittorica e forza poetica, ricordano i colori, gli spessori, le asprezze, come se la materia pittorica si fosse mescolata alla terra stessa e ai suoi umori prima di essere  utilizzata dall'artista come unico mezzo di espressione dell'inarrestabile fluire del proprio essere. La pittura dunque diviene sostentamento per un uomo che in essa ritrova e riscopre le ragioni della propria esistenza e che attraverso essa esprime l'urgenza insopprimibile del desiderio di abbandonare una dimensione sociale ormai completamente demitizzata per tornare a vivere in un mondo che ormai non esiste più, ma che è possibile ricostruire attraverso la memoria, superando lo scempio che l'uomo ha compiuto verso se stesso e verso la terra che lo ha generato e nutrito e che per questo deve essere rispettata più di ogni altra cosa.
 

La pittura di Mauro Rea si pone dunque come punto di equilibrio tra la materia e la memoria, tra la terra e la sua ritualità. Un equilibrio che pur concretizzandosi nel quadro lo attrraversa per andare oltre, al di là di uno spazio concluso per evocare l'infinità degli spazi esterni, dobve la materialità del colore  si trasmuta in terra, quella terra
che è ferita, solcata dall'aratro, quella terra scura che è l'inizio e la fine di ogni ciclo vitale, che è luogo di nascita,
di morte e di rinascita e che con il suo ritmico mutare scandisce il tempo di ogni vita, della vita.

Loredana Rea

 





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