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Sandro Montalto- Mauro Rea, L'Aggressiva propulsione della materia

Sandro Montalto - L'aggresiva propulsione della materia


(Mauro Rea - installazione Ani - Male) MuMi Museo Michetti 2014)

La sensazione che si prova nel guardare le opere di Mauro Rea è una curiosa, vitalissima e piacevole coesistenza di atavico spavento davanti a quelle figure primitive, animalesche, brutali e minacciose, e di piacevolezza nel contemplare un insieme cromatico e materico di grande raffinatezza. In altre parole, mi pare che le immagini di Mauro comunichino le emozioni di un artista capace di restituirci nella sua integrità la caotica violenza dell’esistere ed insieme l’attrazione verso una sua estetizzazione ed astrazione.
Con la differenza, rispetto a molti altri artisti attratti dall’astratto, che Mauro sa bene di esistere in un mondo concreto, nel quale pulsioni culturali, psichiche e biologiche si intersecano ed agiscono indissolubili.
E quindi evita sia un’astrazione (un informale) ideologica fatta a tavolino che non restituisce la realtà nella quale viviamo (stante l’idea che l’arte deve leggere il mondo in cui siamo e restituire una chiave di lettura che non semplifichi la situazione), sia una pittura meramente bruta e brutale, primitiva, la quale partendo da presupposti opposti otterrebbe lo stesso risultato, ossia una lettura infedele del nostro mondo, il quale è appunto nello stesso istante sia violento e primitivo sia iper-raffinato e iper-tecnologico; un mondo nel quale andiamo sulla luna ma abbiamo difficoltà ad attraversare la strada, elaboriamo galatei e stupriamo intere popolazioni, inventiamo efficacissimi disinfettanti mentre inquiniamo l’aria e il sangue dei nostri figli (mi dispiace per i cultori delle “magnifiche sorti e progressive”).

Mi sembra assolutamente esemplare, sotto questo punto di vista, il dittico Ultima cena che parrebbe restituire due percezioni della stessa immagine, una primitiva, feroce e violentemente definita (esce anche dal quadro per invadere la cornice), una astratta, nebulosa, scaturita da un disturbo di frequenza oppure ottico. Oppure il suo significato è tutt’altro, secondo l’artista, fatto sta che ciò che conta è l’accostamento, la frizione, e la sinergia di diverse sensazioni.

Il modo di trattare il segno e soprattutto al materia dà a queste opere una profondità e una fisicità esemplari, piacevoli (quando abbiamo smesso di dare valore al piacere nel rapporto con l’arte?), restituisce quella sana e infantile voglia di toccarle ed impadronirsi di quel senso del tatto che era dominante nell’universo primitivo, dal quale veniamo nella nostra infanzia e nel quale molte di queste immagini ci catapultano. I colori, poi, vivissimi anche quando si sperimenta una pur stratificata e mossa monocromìa, sono mesti e accecanti allo stesso tempo, comunicano una potenza pericolosa, evocano atmosfere turbinose e indomabili. Il tutto comunica un piacere del fare l’immagine, il piacere del costruire un’opera che in virtù della sua tecnica è ancora di più un oggetto.

Mauro Rea si dimostra quindi consapevole delle proprie pulsioni, del proprio vitalismo e della propria istintività, e si guarda bene dal castrarle sapendo che così interromperebbe la linfa vitale che deve scorrere tra il suo sentire ed osservare e il suo fare. Tuttavia, come accennavamo, non si abbandona mai all’istintività pura bensì la media ancorandosi al concreto, alla materia, arrivando ad usare materiali (legno, metallo, frammenti recuperati, carta, cera, plastica fusa…), talvolta in sovrapposizione, che gli permettono di intridere le sue opere della stessa sostanza di cui è fatto il nostro pianeta.

Recupero e sinergia di materiali diversi come necessità di far reagire nuovamente le sparse parti di ciò che una volta era unitaro. Un vero corpo-a-corpo con la materia il cui risultato non è però, come avviene troppo spesso, l’estetizzazione del gesto bensì la meditata rappresentazione della violenza primigenia e contemporanea, della rabbia onnipresente di cui l’espressione in atto è una particella. Evitando cioè voli pindarici forse poco utili alla comprensione, certo emotiva prima che razionale, del mondo.

Insomma da una osservazione delle opere di Rea (anche di quelle apparentemente meno aggressive o più astratte, come I pesi che mi porto dentro, Segnali inquietanti o Mentre osservo l'urlo di papa Innocenzo X di Francis Bacon) si ricava l’idea di un artista capace di dare ascolto ai propri strati profondi mediandoli non in virtù del buon gusto o della decenza ma della contemporaneità, ossia (so di essere ripetitivo) del suo stare qui ed ora, con onestà. Guardando Dal pieno al vuoto dal vuoto al pieno, ad esempio, la mia mente va al primitivismo intellettuale e modernissimo di Paul Klee, artista che a noi non pare così distante da Mauro.
E chi vede del mondo contemporaneo la inesauribile crudeltà e bestialità insieme alla più straziante e triste indifferenza saprà cogliere nella coesistenza di opposte pulsioni di queste opere una chiave efficace per vedere riflessa l’essenza della vita di tutti noi. Viene in mente, per efficacia e atteggiamento mentale, il Picasso di Guernica; e in letteratura, sempre più per affinità intellettuale e lucidissima aggressività che per precise referenze segniche o contenutistiche, Giovanni Testori.

Insomma un’arte che sanguina un sangue che incrosta la superficie, straziata, rabbiosa, eppure capace di provare ancora una pietà, di avere compassione per le vittime e di tentare una messa alla berlina della violenza e dell’aggressività. Mi pare infatti di notare che solitamente vediamo nelle opere l’aggressore, e la vittima o non c’è o non è ancora stata aggredita: si vedano anche solo L’agguato e la serie Il respiro ani-male, o la distanza quasi inevitabile, asintotica, tra fauci del carnefice e vittima (peraltro dominante nell’immagine) di Pasto duro; per non parlare di quella esplosione di violenza che va quasi oltre la fisicità (o che deriva da una fisicità esplosa per una violenza ipercompressa oppure originaria) rappresentata in Grido di battaglia.

E ancora potremmo osservare, sempre per dimostrare il rifiuto di Rea verso ciò che non sia biologicamente autentico, che laddove l’urlo primigenio di Grido di battaglia splende violentemente, in Sia la luce la nascita della luce medesima, che tutti ci possiede ma non è biologica, animale, toccabile, appare un fosco germogliare in un indeciso sporgere dalla materia, uno spompato, cupo e minimo big-bang.

Se volessimo fare un ultimo passo, poi, potremmo supporre che Rea utilizzi gli animali per rappresentare la violenza al di là del luoghi comuni a sfondo sociale, preferendo andare ad una violenza più atavica e primitiva mentre però, se è vera l’osservazione relativa alla messa in scena vittime e carnefici, Un morso tira l’altro ci spiega che il luogo in cui si focalizza il vero hic et nunc della violenza è il consesso umano. In altre parole l’artista, giunto a notevolissima maturazione, sta focalizzando il nodo più dolente, sanguinante e terribile della violenza, avvicinandosi dunque con percorsi magari lunghi ma non per questo errabondi, e necessariamente trasversali nel tempo e nello spazio, all’uomo, iniziando a ripercorrere la sua storia dagli inizi.
Da qui le immagini che richiamano l’Africa profonda, i volti primitivi, gli animali allo stato naturale, e anche le pitture preistoriche rinvenute nelle grotte, richiamate soprattutto dall’uso dei cromatismi e di alcune tecniche di organizzazione del colore.

Trovare i referenti culturali di un artista è sempre un giochino, e lascia il tempo che trova. Potremmo parlare, per quanto riguarda Rea, forse di una spruzzata di espressionismo, non tanto impegnato in una ricerca a sfondo civile e sociale quanto a sfondo psicologico, e di un influsso di Enrico Baj per quanto riguarda i toni patafisici; ma è una patafisica che fa i conti con la ferocia cannibalesca di Ubu (ricordiamo Le table di Ubu Roi, o anche – con un piccolo sforzo – il cranio-giduglia di Vedo nudo) nonché con la nostra stessa pulsione cannibalesca: si veda ancora Un morso tira l’altro in cui assistiamo ad una scena che introduce nella ieratica dignità delle immagini africane alle quali siamo abituare la nota appunto del morso, dell’offesa, dell’animalità, della lotta per la sopravvivenza.

Forse però ha più senso dire semplicemente che il pittore non ha paura di entrare in contatto con gli strati profondi della propria emotività, la quale come è naturale scalpita e dà origine a immagini convulse anche se sempre intelligibili (e non è certo, questo, un dato secondario!), e talvolta decise a superare la cornice del quadro, a debordare (penso ad esempio a Anti-pasto in poltrona, oppure al bellissimo Lo sguardo oltre – Ritratto di Gian Ruggero Manzoni che ci parla quasi di un novello Bosch, o ancora a Eva vieni qua ho qualcosa da dirti ed altri). O meglio, c’è un intento sociale in questa pittura, ma si richiama alle pulsioni fondamentali senza cadere in sterili etichette e ideologie, e vuole analizzare l’eterna lotta per la sopravvivenza che deve fare i conti da una parte con le pulsioni fondamentali, dall’altra con gli imperativi dell’etica e della fratellanza.

La sensazione finale è che Mauro Rea stia scavando il terreno della sua soggettività, a mani nude e spezzandosi le unghie le quali, insieme a sangue e sudore, vanno a impastarsi con la terra madre; e che più scava dentro di sé, più scopre sensazioni e ferite universali, umanissime (pensiamo all’opera Lifting Time 1), sempre più feroci e meticolose allo stesso tempo. E facendo sfilare il suo bestiario colleziona brandelli di umanità pur dovendone constatare, giorno per giorno, l’incancellabile animalità.




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